Quattro speranze (consigli per un malato)


Quando ci ammaliamo può succedere che, pur non essendo gravissima la malattia, molti pensieri e preoccupazioni ci facciano soffrire; può anche succedere che la malattia sia grave e che un medico disattento, preoccupato di non essere frainteso o di non generare false speranze, incomprensioni (magari foriere di denunce),  ci dia notizie brutte da sentire e ce le dia con toni freddi e poco umani. Per fortuna molti dottori hanno una sensibilità speciale e sono attenti alla psicologia, ma alcuni sono più tecnici , per cui a volte può  capitare di subire il trauma di una prognosi che non solo è infausta, ma viene ulteriormente inasprita da parole che non lasciano spiragli, comunicata senza troppa pietà, oppure magari (paradossalmente può essere un male anche questo) con eccessiva pietà.

È essenziale, per sopravvivere a questi maremoti, sapere che ogni paziente, a qualunque livello di gravità, può sempre portare in cuore le quattro speranze elencate qui sotto (che diventano cinque nel caso si abbia una fede religiosa):


  1. Speranza di non morire a breve. (Ovvero la prognosi è solo una statistica) La medicina non può mai fare previsioni esatte, neppure se le malattie sono molto avanzate. A volte pazienti dati per spacciati sopravvivono a lungo contro ogni aspettativa. In sostanza, la prognosi non è altro che un numero statistico, una probabilità, e non una verità assoluta. Capire questo ci permette di coltivare una speranza rivolta a questo mondo e a questa vita. I medici sanno bene che ci sono pazienti che sorprendono per inaspettata longevità, e, se si vuole cercare qualcosa di ancora più iconoclasta rispetto alle certezze mediche, esiste un sito (scientifico) che raccoglie tutti i casi di guarigioni inspiegabili e inaspettate: https://noetic.org/blog/ions50-spontaneous-remission/. Fra questi casi, come si può notare, ci sono anche tumori avanzati e metastatici.


2)Speranza di non soffrire

(Le grandi malattie spesso non fanno soffrire più delle piccole malattie) Qualcuno sobbalzerà, e penserà, in base a proprie amare (e purtroppo incontestabili) esperienze, che sto vaneggiando, ma in realtà, a qualunque livello di gravità ci si trovi, se si attiva tempestivamente un buon servizio di cure palliative, non ci si deve aspettare di soffrire delle lunghe torture, nemmeno in punto di morte.  I farmaci di cui disponiamo oggi consentono di trattare adeguatamente tutti i peggiori sintomi delle malattie, compresi i sintomi psicologici, fatta eccezione per la stanchezza, che non sempre è risolvibile (ma del resto è raro provare ansia per il semplice sintomo “stanchezza”, che al massimo desta nei malati preoccupazioni collegate col futuro della malattia). Per cui non è esatto dire che certe malattie portano inevitabilmente a enormi dolori: lo fanno solo se non ci sono cure palliative adeguate, gestite da esperti. 

Un importante studioso di terapia del dolore, Patrick Wall, fa notare, nel suo saggio Pain (the science of suffering), che a volte danni corporei molto gravi (come essere perforati da un proiettile o perdere una gamba), contrariamente a quello che si pensa, generano meno dolore, almeno nell’immediato,  di piccole lesioni molto meno preoccupanti (esempio tipico la dolorosissima nevralgia del trigemino, benigna ma insopportabile se non trattata). 

Estendendo questa sua riflessione, possiamo dire che non vi è corrispondenza tra la gravità di una malattia e l’intensità del dolore da essa provocato. Questo significa che, se è vero che nella vita possono manifestarsi dolori anche molto forti, non è affatto detto che lo facciano in occasione di gravi malattie: possono capitare in qualunque momento e, paradossalmente, è più facile che non si riesca a trattarli adeguatamente quando non si hanno malattie gravi (per varie ragioni, tra cui il fatto che non si è in tal caso sotto il controllo assiduo di terapisti del dolore).


3)Speranza che la morte non sia la fine. (La morte, anche da una prospettiva razionale, potrebbe non essere la fine di tutto). Anche per chi non è religioso, è importante sapere che oggi la scienza non sa ancora indicare cosa succeda alla persona dopo la morte: diversi stimati scienziati (ad esempio Federico Faggin) non escludono che la nostra coscienza più profonda possa sopravvivere alla morte del corpo. Del resto, molte grandi menti scientifiche erano religiose (fra queste Isaac Newton, Galileo Galilei, Blaise Pascal, Gregor Mendel, Louis Pasteur, Max Planck, Michael Faraday, ma anche i contemporanei Francis Collins, Fabiola Gianotti; in un certo senso era credente anche Einstein stesso); questa fede comporta l’assunzione che la mente non finisca il suo viaggio insieme al corpo. 

Ne consegue che (a meno che queste grandi menti non siano schizofreniche!) questa sorta di “immortalità” è compatibile e non in contraddizione con la scienza ufficiale (non sto dicendo che è dimostrata, ma solo che non è negata).

In sostanza, nessuno ha mai dimostrato che la morte sia la fine di tutto e nessuno ha mai dimostrato che il cervello sia esattamente la stessa cosa della mente (il cervello sicuramente muore, la mente non è detto che lo faccia).


4)Speranza che la morte sia una bella esperienza. (A volte si incontra un “paradiso”).

I momenti che precedono la morte possono anche essere estremamente belli e ricchi di significato, come mostrano i vari resoconti di persone che sono tornate indietro a raccontarcelo (per esempio il neurochirurgo Eben Alexander, autore di fama mondiale, con cui ho avuto il piacere di un utilissimo scambio di opinioni epistolare sullo stato di coscienza dei morenti). Ci sono siti, ormai noti anche al grande pubblico, che raccolgono queste NDE (near death experiences: esperienze di pre-morte). Gli scettici sottolineano che questi eventi potrebbero essere frutto di alterazioni biochimiche del cervello, e proprio per questo ho preferito parlare di “momenti che precedono la morte”, e non della morte stessa,  proprio per evitare discussioni complesse e non scientifiche sul dopo morte. Biochimiche o non biochimiche, sono ad ogni modo belle esperienze.


5) Speranza di raggiungere la Mente Assoluta 

(Lo scopo della vita secondo le grandi religioni va oltre questo mondo). Questo punto ovviamente interessa solo chi è religioso: per questi malati  è importante ricordare che il corpo è solo una casa temporanea, e che tutti i mistici delle grandi religioni hanno mostrato che lo scopo della vita non consiste nell’aggrapparsi a tutti i costi a questo corpo ma unirsi alla Mente di amore universale, staccandosi dal proprio piccolo Sè (questa Mente a seconda delle culture viene chiamata Buddha, Dio, Allah, Krshna, Shiva…). In questo senso una malattia non viene a distruggere tutto ciò che abbiamo di più caro (in particolare l’amore, inteso come sentimento fondante al centro della mente) ma piuttosto a farci progredire nel viaggio.


La mente, con i suoi pensieri e i suoi sentimenti, e non il corpo, è dunque spesso la fonte dei peggiori dolori, per questo in caso di malattia è essenziale farsi aiutare e ascoltare da amici, psicologi, assistenti spirituali, maestri di meditazione. Mai dare per scontato che una determinata situazione ci si debba deprimere o disperare. Ma di come agire con la mente, e del modo di affrontare i dolori fisici e psichici, parlerò in un prossimo articolo.



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