Perché non credo nell’eutanasia
Il dibattito fra coloro che desiderano approvare la legge sull’eutanasia (e il prodromico referendum abrogativo) e coloro che si oppongono mi vede schierato dalla parte di questi ultimi, o meglio, la mia posizione è “fate pure la legge, ma lasciatemi la libertà di essere obiettore di coscienza”.
Non parto da un’astratta idea di sacralità della vita umana (benché per me la vita umana e il benessere delle persone siano di fatto le cose più sacre). Troppi slogan sono stati usati sia contro chi è stato ingiustamente accusato di essere portatore di “cultura di morte” sia contro chi è stato altrettanto ingiustamente accusato di voler far soffrire dei poveretti per adesione a vetuste ideologie.
Parto invece dalle seguenti considerazioni:
1)il medico deve sempre operare per il massimo bene del paziente
2)solo in un caso la morte coincide al di là di ogni ragionevole dubbio con il massimo bene del paziente: quando siamo certi che ci troviamo agli ultimi giorni di vita e il paziente presenta sintomi gravi refrattari a ogni terapia (per questi casi la legge attuale accetta già la sedazione terminale). Fondamentale che siano presenti entrambe le circostanze. In tutti gli altri casi i ragionevoli dubbi ci sono, e non è scientifico affermare il contrario: si tratta solo di emotività
3)infatti non è scientificamente possibile in tutti gli altri casi dimostrare che il malato, che presenta alcuni sintomi gravi, non possa da essi guarire, che non sarà mai possibile lenire un dolore. Pertanto somministrare la morte in questi casi (es depressione grave) non appare come scelta etica ma come via di fuga (non tanto per il povero malato quanto per tutta la società che gli sta intorno, che potrebbe rimboccarsi di più le maniche per aiutarlo). Mi hanno mostrato un video in cui si procurava la dolce morte a un centenario sano di mente che affermava di non soffrire di alcuna malattia, neppure di depressione: ecco le assurdità a cui questa legge potrebbe portare. Io sono testimone di un caso disperato affidato alle cure palliative che poi si è rivelato non essere affatto disperato (diagnosi errata, paziente in via di guarigione): chissà, forse alcuni casi analoghi perderebbero la vita per un’anticipazione della morte ritenuta umana e compassionevole
4)Quanto alle gravi malattie neurodegenerative, anticipare la morte per timore e disgusto di un futuro che si configura odioso è comprensibile ma non del tutto auspicabile : come puoi essere certo che non apprezzerai nulla della vita che verrà? “Ma tu devi lasciarmi libero di scegliere!” “Certo, ma tu devi lasciarmi libero di non ammazzarti”
5) In generale deve essere salva la libertà del malato di decidere se desidera o meno un trattamento medico: nessun trattamento può essere imposto al malato contro la sua volontà. Resta da trattare il problema ben più complesso di quei casi in cui si perde la possibilità di comunicare col mondo esterno e quindi di esprimere tale volontà. Su queste situazioni la legge dovrà essere sufficientemente profonda da precisare dove e come si configura l’accanimento terapeutico. In linea di massima se la malattia è terminale e in fase avanzata e sono escluse possibilità di guarigione o recupero almeno parziale mi sembra etico considerare una perdita di contatto col mondo esterno come evenienza da trattare esattamente come i sintomi refrattari di cui sopra: con una sedazione terminale, soprattutto se il malato si è espresso favorevolmente in tal senso. E anche in questo caso, non sarebbe eutanasia ma rifiuto di accanimento terapeutico (e sono molto utili in questo caso le disposizioni anticipate di trattamento)
Infine un messaggio per i parenti e gli amici di questi malati: siete voi a dover far capire al malato che per voi ogni suo minuto di vita è prezioso come l’oro: in modo che il paziente faccia per voi il “sacrificio” (tra doverose virgolette perché i sintomi fisici e psicologici vanno sempre efficacemente trattati e oggi è possibile trattarli quasi tutti) di stare in questo mondo un po’ di più... Perché a volte chi vuole morire ha bisogno solo di essere amato di più. Spesso vuole andarsene solo per paura di essere di peso ai suoi cari: allora facciamogli sentire con tutta la nostra forza che questo peso per noi non esiste e -se esiste -è un peso dolce che dà senso e spessore alla parola amore.
E quei poveri malati che invece per varie ragioni non possono essere circondati da familiari amorevoli trovino nei nostri Hospice tutta l’attenzione umana che manca loro.
Ricordo, per finire, che le cure palliative, attivate precocemente, migliorano la qualità della vita senza abbreviarla, e aiutano ad affrontare con serenità ogni momento del fine vita, compresi i più difficili.
Davide Corvi 3/11/2021
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