DEFINITION OF PAIN BASED ON INTROSPECTIVE PHILOSOPHY
DEFINITION OF PAIN BASED ON INTROSPECTIVE PHILOSOPHY
UNA DEFINIZIONE DEL DOLORE BASATA SULLA FILOSOFIA MENTALE INTROSPETTIVA
Davide Corvi
Anestesista
Cure Palliative
Gruppo Don Gnocchi Monza
ABSTRACT
An analysis of recent attempts to define the word “pain” shows that ideas coming from pathophysiological world has been associated to psychologic-introspective ideas. This choice, and also some logic errors (mainly the hidden presence of the term inside the definition itself) make these attempts unsatisfactory, cause they miss logical and philosophycal accuracy. We propose a new definition (“pain is simultaneous arising of a bodily sensation and a a volitive avoidant thought, connected by a causal link”), which appear more fruitful.
The author discomposes conscious phenomena into their indivisible constituents (called “mental atoms”), which are phenomena that can’t be broken up into more basic conscious phenomena and proposes also the definition of the word “thought” (“ thoughts are all conscious phenomena that are neither visual nor auditory, neither bodily sensations , nor visual/auditory/bodily phantasms”) and of the word “emotion” (“emotion is simultaneous arising of a bodily sensation and a volitive thought, connected by a causal link”). Therefore pain turns out to be a subset of emotions.
Key words: Definition of pain, pain medicine, introspective philosophy, definition of emotion, philosophy of self, definition of thought, psychiatry, mental philosophy
RIASSUNTO
Un’analisi dei più recenti tentativi di definire la parola “dolore” mostra che sono stati associati concetti provenienti dal mondo fisiopatologico a idee di tipo psicologico-introspettivo. Questo, insieme a errori di circolarità, rende tali definizioni ancora insoddisfacenti, in quanto mancano della dovuta precisione logico-filosofica. Proponiamo una nuova definizione (“il dolore è il presentarsi contemporaneo di una sensazione corporea e di un pensiero volitivo evitante, collegati fra loro da un nesso causale”) che appare più feconda. Per pervenire ad essa l’autore scompone i fenomeni coscienti nei loro costituenti indivisibili (detti anche “atomi mentali”, ovvero quei fenomeni che non possono essere ridotti a somma di fenomeni coscienti differenti) e affronta anche la complessa definizione della parola “pensiero” (“ogni fenomeno che appaia alla coscienza e non sia visivo, né uditivo, non sia sensazione corporea, e non sia neppure fantasma visivo, uditivo o corporeo, viene definito pensiero”) e della parola “emozione” (“L’emozione è il presentarsi contemporaneo di una sensazione corporea e di un pensiero volitivo, collegati fra loro da un nesso causale“). Il dolore risulta pertanto costituire un sottoinsieme delle emozioni.
Parole chiave: definizione di dolore, medicina del dolore, filosofia introspettiva, definizione di emozione, filosofia del sé, definizione di pensiero, psichiatria, filosofia mentale
INTRODUZIONE
Un’efficace definizione della parola “dolore” richiede un’ampia e profonda analisi filosofica. La tematica infatti non può essere affrontata solo in termini neuro-fisiologici, dal momento che il dolore è un’esperienza soggettiva e la soggettività non può essere espressa utilizzando concetti esclusivamente fisici e biologici.
La terminologia che l’International Association for the Study of Pain (IASP) ha proposto nella sua più recente definizione (1) contiene un errore di definizione circolare: “An unpleasant sensory and emotional experience associated with, or resembling that associated with, actual or potential tissue damage”
La parola “unpleasant” andrebbe ulteriormente definita, e nella definizione di “unpleasant” , “sgradevole” si trovano i connotati del dolore stesso.
Anche la definizione proposta da Tiengo (“Il dolore è lo stato mentale associato all’attivazione dei circuiti della nocicezione cosciente” , 2) contiene, meglio celata, una circolarità, nel concetto di nocicezione.
L’opinione espressa in questo articolo è che essendo il dolore un fenomeno soggettivo occorre ricorrere alla soggettività, nella forma di filosofia della mente introspettiva, per definirlo.
Come scrisse William James, interrogandosi sui fondamenti della psicologia, ”l’osservazione introspettiva è ciò su cui dobbiamo fare più affidamento, innanzitutto e sempre” (3). Questa opinione appare più che ragionevole, tenendo conto di come la soggettività sia di fatto la materia di studio della psicologia, ma molti autori hanno sollevato dubbi sulla scientificità di uno studio introspettivo, soprattutto se i resoconti introspettivi vengono elaborati da soggetti poco addestrati all’ introspezione analitica e razionale (3). Tuttavia Wundt riteneva che fosse possibile studiare e riportare i propri processi interiori senza che il processo di osservazione distorcesse gli oggetti osservati, a patto che questi rientrassero nel campo delle percezioni, della memoria, dei sentimenti e delle volizioni (ibidem).
Viene qui proposta pertanto una classificazione introspettiva dei fenomeni mentali basata sulla semplice auto-osservazione e in parte ispirata (solo per l’impostazione generale, discostandosene in quanto a termini e finalità) alla filosofia della mente orientale di stampo buddhista (in particolare all’analisi degli “aggregati” presente in moltissimi testi, tra cui l’Anattalakkana Sutta (4) e il Visuddhimagga (5)). Sulla base di questa classificazione sarà poi possibile definire in modo inequivocabile il dolore.
SCOMPOSIZIONE DEI FENOMENI MENTALI IN COMPONENTI INDIVISIBILI
A scopi classificativi si può scomporre ciascun attimo di coscienza nei suoi costitutivi sensoriali e cognitivi. Dalla considerazione che a livello soggettivo (e non anatomico-fisiologico) alcuni fenomeni sono suddivisibili in fenomeni più semplici (per esempio un’emozione può essere vissuta come insieme di sensazioni corporee, pensieri, etc) mentre altri fenomeni non lo sono (per esempio le immagini visive non possono essere scomposte in componenti che non siano di natura visiva), emerge la possibilità classificare questi ultimi come “indivisibili”, elementi che l’autore di questo articolo ha identificato nei seguenti:
Vista
Udito
Sensazioni corporee
Fantasmi sensoriali visivi
Fantasmi sensoriali uditivi
Fantasmi sensoriali corporei
Pensieri
Per capire come mai siano stati scelti questi “indivisibili” e quella inconsueta nomenclatura (“fantasmi”) occorre fare un passo indietro ed elencare quello che appare comunemente alla nostra coscienza nella quotidianità, per poi ulteriormente semplificare questo elenco.
Ogni fenomeno (escludendo forse alcune realtà rare e particolari come le esperienze mistiche) può essere scomposto attraverso una corretta lettura introspettiva in una somma dei seguenti:
Vista
Udito
Gusto
Olfatto
Sensazioni corporee
Immaginazioni sensoriali
Ricordi sensoriali
Pensieri
Ciascuno di essi merita una trattazione a sè.
Tralasceremo, perché non utile ai fini di questo testo, l’analisi dei primi due sensi, mentre gusto e olfatto come precisato in seguito sono sottoinsiemi delle sensazioni corporee. Queste ultime occupano un ruolo determinante nella genesi delle emozioni.
LE SENSAZIONI CORPOREE
Il connotato fondamentale delle sensazioni corporee, viste, è bene ribadirlo, da un punto di vista soggettivo, è il fatto che sono localizzabili nel corpo, sono cioè in diretta relazione con il nostro schema corporeo mentale. Si tratta cioè di percezioni di alcune aree del nostro corpo che appaiono alla coscienza senza l’ausilio degli altri sensi. In sintesi, le sensazioni corporee sono percezioni di parti del corpo non mediate da vista e udito. La precisazione su vista e udito è necessaria per escludere che percezioni come “vista del proprio braccio” vengano erroneamente incluse in questo gruppo.
IL GUSTO E L’OLFATTO
A livello esperienziale si può osservare come le sensazioni indotte dal cibo o dai profumi/odori sono localizzabili in alcune zone corporee (prevalentemente craniche), pertanto i fenomeni del gusto e dell’olfatto possono rientrare tra le sensazioni corporee.
IMMAGINAZIONI E RICORDI SENSORIALI
Le impressioni sensoriali lasciano nella mente delle tracce, delle impronte che furono chiamate da Aristotele “phantasmata”(6), mentre David Hume (7) utilizzava il termine, forse troppo aspecifico, di “idee”. Appare più semplice, e verrà qui inizialmente proposto, il termine “ricordi sensoriali”. Questi ricordi, così come le immaginazioni sotto descritte, appaiono mediamente meno vivide, ma tale caratteristica è appunto solo statisticamente vera, perché sono ben noti in medicina casi di ricordi e di immaginazioni vividi quanto i fenomeni reali (basti pensare alle allucinazioni presenti in alcune patologie, o evocate sotto ipnosi, oppure alle fervide immaginazioni creative descritte nell’ autobiografia di Nikola Tesla,(8)). Per quanto riguarda invece la distinzione fenomenologica tra ricordo e immaginazione sensoriale, Oliver Sacks (9) narra di un suo falso ricordo così vivido da essere stato da lui trascritto con convinzione in un resoconto autobiografico, poi smentito dal fratello, che gli assicurò che lui -Oliver- non aveva mai assistito a tale fatto.
Le immaginazioni, che, così come i ricordi, posso essere visive, uditive o corporee (e pertanto risulta poco confacente l’uso del semplice termine “immagini mentali”, invalso in filosofia introspettiva, (10)) non si distinguono a livello soggettivo dai ricordi. In altre parole, l’unico elemento che fa sì che un “fantasma” (useremo d’ora in poi questo termine aristotelico per definire questi fenomeni) si possa definire “ricordo” oppure “immaginazione” è il pensiero o il conglomerato di pensieri ad esso associati. Senza anticipare la seguente definizione di pensiero, possiamo per ora concludere così: è la convinzione (pensiero) che una cosa sia realmente avvenuta o meno a far sì che un fantasma sia definibile come ricordo o immaginazione.
Interessante il rilievo che alcuni soggetti non sarebbero in grado di visualizzare immagini mentali: essi sono stati definiti “afantasici” (10). Probabilmente si tratta solo di casi di predominanza dei ricordi corporei e uditivi rispetto a quelli visivi, ma questa è solo un’opinione dell’autore che merita ulteriori studi (sarebbero in tal caso “afantasici parziali” e non completi).
PENSIERI
La definizione più complessa da affrontare è proprio quella della parola “pensiero”, che dopo secoli di filosofia sfugge ancora a una condivisa terminologia. Per introdurre la proposta elaborata in questa sede riportiamo la definizione di John Haldane (11): “C’è accordo tra il realista e l’anti-realista che i pensieri siano enti cognitivi con particolari contenuti intenzionali”. In questa scelta la parola “intenzionale” non va letta con l’accezione colloquiale di intenzione ma piuttosto con il suo profondo significato filosofico, analizzato già (12) da antichi pensatori come Avicenna, Averroè e Tommaso d’Aquino, per il quale si rimanda ai testi del settore. Per gli scopi principalmente medici di questo articolo sarà sufficiente riflettere su quello che usualmente intendiamo con la parola pensiero, separando, quasi “distillando” tale entità dagli indivisibili mentali che abbiamo analizzato sopra. Si percepisce un “pensiero” ogni volta che si percepisce un particolare collegamento fra i fenomeni sensoriali, ovvero ogni volta che quello che percepiamo non è semplicemente riassumibile in un insieme di esperienze sensoriali o di ricordi o di immaginazioni sensoriali. Un pensiero è qualunque fenomeno appaia al di fuori dei sensi e della loro rielaborazione mnestica. Per cui la definizione qui proposta procede per negazioni successive: ogni fenomeno che appaia alla coscienza e non sia visivo, né uditivo, non sia sensazione corporea, e non sia neppure fantasma visivo, uditivo o corporeo, viene definito pensiero.
L’apparente complessità di tale definizione può essere compresa attraverso il seguente esempio: se la visione di una madeleine, con il suo profumo, mi suscita preoccupazione perché non ho restituito il romanzo di Proust in biblioteca, di tutti i fenomeni apparsi alla mia coscienza (l’immagine del dolce, il suo profumo, il volume di Proust, l’immagine del viso iroso della bibliotecaria, il contenuto verbale o non verbale della frase “È opportuno restituire il libro”) solo quest’ultimo è un pensiero. Esso può essere riassunto in una frase ma può apparire alla mente anche privo di parole.
Per esprimere ancor più precisamente tale concetto si può affermare che qualunque frase di senso compiuto sia espressione di un pensiero, ma il pensiero è più rapido della frase stessa e può presentarsi senza parole.
Si potrebbe obiettare che non esiste alcuna dimostrazione, al di là della convinzione personale dell’autore, del fatto che esista realmente un fenomeno simile (non visivo, non uditivo, non corporeo etc…). In realtà tale dimostrazione non è affatto complessa: è sufficiente mostrare un caso in cui inequivocabilmente il soggetto percepisce qualcosa di diverso dagli “indivisibili” citati. Prendiamo ad esempio la seguente comunicazione verbale: “Se piove, chiudi la finestra”. Chi ricevesse questo messaggio e interiorizzasse tale istruzione operativa diverrebbe consapevole di qualcosa che è del tutto distinto dal suono delle parole udite e non può essere neppure riducibile a un insieme di fantasmi visivi (l’immagine della pioggia, la mano che chiude la finestra) perché è possibile percepire identici fantasmi visivi senza avere alcuna istruzione operativa interiore: per esempio in caso di ricordo di tali eventi o di visualizzazione degli stessi durante l’ascolto di un racconto. Ciò di cui è consapevole tale soggetto (“se pioverà dovrò chiudere la finestra”) è un pensiero.
Una critica più profonda potrebbe sostenere che ciò che si percepisce non appare come un fantasma sensoriale solo perché è il ricordo di molteplici precedenti ricordi, un “fantasma di fantasmi di fantasmi” che appare in essenza diverso solo perché più complesso e meno vivido. Su quest’ultimo punto l’autore lascia il dibattito ai filosofi.
ATOMI E MOLECOLE MENTALI
È possibile quindi tornare alla proposta dei sette “indivisibili” mentali, che possono anche essere chiamati metaforicamente “atomi” mentali:
Vista
Udito
Sensazioni corporee
Fantasmi sensoriali visivi
Fantasmi sensoriali uditivi
Fantasmi sensoriali corporei
Pensieri
Se si volesse ulteriormente semplificare si potrebbe classificare i fenomeni percepiti e i loro fantasmi in un unico insieme, dato che si tratta di entità analoghe di maggiore o minore nitidezza. In tal caso gli atomi sarebbero solo quattro:
Vista
Udito
Sensazioni corporee
Pensieri
Si può personalmente constatare con la propria esperienza introspettiva che ognuno di questi fenomeni non può essere scomposto in fenomeni differenti da se stesso. La vista non può essere soggettivamente scissa in fenomeni non visivi, un pensiero non può essere scisso in fenomeni che non siano pensieri. Per procedere ora alla definizione di dolore sarà opportuno accennare a una famiglia importante di “molecole” mentali: le emozioni.
William James affermava: “il nostro sentire i cambiamenti [del corpo] mentre si manifestano È l’emozione” (13)
La lunga storia dei tentativi di definire l’emozione (13) mostra molte incertezze e dibattiti, che a nostro avviso possono essere superate attraverso la teoria degli atomi mentali.
La definizione puramente introspettiva di emozione che viene qui proposta è la seguente:
L’emozione è il presentarsi contemporaneo di una sensazione corporea e di un pensiero volitivo. Si tratta pertanto di una “molecola” che nasce associando un sottoinsieme dell’atomo “sensazioni corporee” con un sottoinsieme particolare dei pensieri: i pensieri volitivi. Questi ultimi sono pensieri che possono essere espressi in una frase che contenga la parola “Devo” o “Voglio” o “È necessario che”: ad esempio “Devo fuggire da qui”, “Voglio abbracciare questa persona”…
Una possibile problematica di questa definizione consiste nel fatto che persino il presentarsi di eventi non correlati fra loro (come un prurito a una mano contemporaneo al pensiero “devo andare in banca”) verrebbe a rientrare nella definizione stessa. Per evitare questa scarsa specificità terminologica aggiungeremo un’ulteriore precisazione:
L’emozione è il presentarsi contemporaneo di una sensazione corporea e di un pensiero volitivo, collegati fra loro da un nesso causale.
Ovvero la sensazione è causata dal pensiero o viceversa oppure ancora il nesso causale è bidirezionale (il pensiero causa la sensazione che a sua volta rinforza il pensiero, e analoghi processi).
DEFINIZIONE DI DOLORE
Dopo queste rapide premesse di una filosofia introspettiva che meriterebbe altrove, in sede di dibattiti filosofici, molti più approfondimenti, si può pervenire alla seguente definizione di dolore:
Il dolore è il presentarsi contemporaneo di una sensazione corporea e di un pensiero volitivo evitante, collegati fra loro da un nesso causale.
Laddove i pensieri volitivi evitanti sono un sottoinsieme dei pensieri volitivi in cui il messaggio che la mente percepisce è riassumibile con frasi come “È necessario evitare questo” “Bisogna subito fuggire da…” eccetera.
DISCUSSIONE
La scomposizione della personalità umana a scopi descrittivi, psicologici o medici è presente da tempo nella storia del pensiero occidentale e orientale.
Pensatori mistici cattolici come Teresa d’Avila (14) parlavano delle tre potenze dell’anima(memoria, intelletto e volontà), e si può notare che, differentemente dalla nostra proposta, i pensieri volitivi venivano collocati in una sede diversa dell’anima rispetto ai pensieri analitici. Ciascuna di queste potenze secondo Teresa si modificava in modo differente durante le orazioni più profonde, in occasione dell’incontro con la Divinità.
In Oriente la filosofia mentale buddhista mostra questa scomposizione della personalità, volta a mostrare l’inesistenza dell’Atman (l’Io) che emergerebbe come agglomerato di queste parti:
Rupa (il corpo/materia)
Vedana (le sensazioni)
Sanna (le percezioni degli oggetti di senso)
sankhāras (le formazioni mentali)
viññāṇa (la coscienza)
Nessuno di questi componenti secondo l’Anattalakkara Sutta (4) è il vero Sè, pertanto il monaco dovrebbe staccarsi da ognuno di essi per raggiungere la Liberazione.
Influenzato da questi filosofi, ma con scopi diversi, l’autore dell’articolo ha voluto mostrare, con questa dissertazione terminologica in cui i fenomeni dell’esperienza cosciente vengono scomposti nei loro componenti elementari, un vuoto presente nella medicina occidentale: la mancanza, in psichiatria e in medicina del dolore, di schemi classificatori semplici e condivisibili sulle componenti più semplici della personalità. Il testo non pretende di addentrarsi nel più complesso discorso sul rapporto mente/cervello, e non vuole suggerire un riduzionismo che svilisca la persona a somma di fenomeni automatici impersonali, dato che la semplificazione qui presentata ha solo lo scopo di descrivere per finalità mediche fenomeni della quotidianità, lasciando aperte le riflessioni sugli aspetti più profondi e più difficilmente sondabili dell’animo umano.
Tale classificazione ha anche permesso un’originale definizione della parola pensiero e della parola emozione.
1)Raja SN, Carr DB, Cohen M, Finnerup NB, Flor H, Gibson S, Keefe FJ, Mogil JS, Ringkamp M, Sluka KA, Song XJ, Stevens B, Sullivan MD, Tutelman PR, Ushida T, Vader K. The revised International Association for the Study of Pain definition of pain: concepts, challenges, and compromises. Pain. 2020 Sep 1;161(9):1976-1982. doi: 10.1097/j.pain.0000000000001939. PMID: 32694387; PMCID: PMC7680716.
2)Tiengo (2006) Il dolore e la coscienza. In: Beltrutti D, Brena SF, Tiengo M (eds) Dolore ed energia. Mattioli 1885, pp 15–24
3) https://plato.stanford.edu/entries/introspection/#GenFeaInt
4) https://www.canonepali.net/sn-22-59-anattalakkhana-sutta-sul-non-se/
5) https://www.canonepali.net/anatta-il-non-se/
6)Aristotele. Opere, vol. 4, Della generazione e della corruzione, Dell’anima, Piccoli trattati di storia naturale, trad. di A. Russo e R. Laurenti, Roma-Bari 1983.
7) David Hume, Trattato sulla natura umana (trad. A. Magliocco)
8) Nikola Tesla, Le mie invenzioni. Autobiografia di un genio (Trad. A. Tozzi)
9) Oliver Sacks, Il fiume della coscienza, Biblioteca Adelphi 682
10) https://plato.stanford.edu/entries/mental-imagery/
11) John Haldane, Reasonable Faith, Routledge
12) Treccani, Dizionario di Filosofia, 2009
13) https://plato.stanford.edu/entries/emotion/
14) Teresa d’Avila, Tutte le opere, Bompiani, a cura di M. Bettetini
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